• il vulcano

Il Vesuvio, come viene impropriamente chiamato il complesso vulcanico del Somma–Vesuvio, è l’elemento caratterizzante la morfologia del golfo partenopeo, anzi il suo stesso emblema.
La caratteristica del vulcano, unico ancora attivo nell’Europa continentale, è l’avere 2 cime che, partendo da una base comune, si differenziano a circa 700 metri s.l.m.: da un lato il monte Somma, la cui punta più alta (Punta Nasone) raggiunge i 1132 metri, dall’altra il Vesuvio propriamente detto la cui altezza attuale è di circa 1277 metri.
Il complesso del Somma Vesuvio è un vulcano a recinto, vale a dire un vulcano nato sui resti di un suo antico “predecessore”: l’antenato in questione è il Somma, il cui sprofondamento fu causato da una catastrofica eruzione di età preistorica. Da quell’evento si formò il recinto, ovvero la “caldera” dove in seguito nacque il cono del Vesuvio.

Storia eruttiva

La storia di questo complesso vulcanico si articola in 2 momenti principali: il periodo di attività del Somma e quello del Vesuvio.
Il Somma nacque circa 12.000 anni fa e proprio come il Vesuvio moderno fu caratterizzato da lunghi periodi di inattività causati dall’ostruzione del condotto vulcanico e successivi episodi eruttivi di grande violenza. Pare che l’ultima eruzione del Somma recente, quella che causò lo sprofondamento del vulcano, risalga a 3500-3800 anni fa. Di certo questo evento chiuse l’attività eruttiva del Somma, non c’è però unanimità di giudizio sul fatto che già allora si aprisse la nuova bocca del Vesuvio, o se questo non avvenisse piuttosto secoli dopo con la storica eruzione del 79 d. C., quella pliniana che distrusse le città di Pompei ed Ercolano.
Oggi è molto ampio il dibattito circa la forma che il Vesuvio avesse prima dell’eruzione del 79 d. C. e riguardo l’effettiva conoscenza della natura vulcanica che ne avessero gli antichi: sembra che lo considerassero un vulcano spento, quindi innocuo e di terreno fertile assai adatto alla coltivazione della vite. L’eruzione del 79 d. C. fu preannunciata da un forte terremoto che investì l’area vesuviana. La descrizione del cataclisma ci è stata tramandata da Plinio il Giovane che ne osservò le fasi da Miseno: l’esplosione si verificò nelle prime ore del mattino del 24 ottobre, sulla bocca del vulcano si formò un enorme pino (una nube di vapori, pomici e ceneri). L’eruzione durò 3 giorni, Pompei fu ricoperta da uno strato di 6/7 metri di pomici e ceneri cadute dal pino vulcanico. Ercolano, invece, fu sommersa dalle colate di fango formate dai materiali vulcanici trascinati a valle dalle piogge torrenziali che accompagnarono il finire dell’eruzione e forse anche i giorni successivi. E’ probabile che da quel giorno cominciasse a formarsi il cono del Vesuvio, quel che è certo è che tutta la fisionomia della zona cambiò radicalmente (si calcola che la costa sia avanzata sino a 700 metri, mentre le colate di fango dovettero ispessire notevolmente le pareti del vulcano, se si pensa che a Ercolano lo spessore di queste colate superava i 20 metri).
La data del 79 d. C. viene assunta come inizio del periodo vesuviano, questo si suddivide in 2 fasi: la prima dal 79 al 1631, la seconda da quella data fino ad oggi. Il 1631 è la data di una delle più tremende eruzioni del Vesuvio che segnò il risveglio del vulcano dopo un lungo riposo iniziato probabilmente nel XII sec. Anche l’eruzione del 1631 fu annunciata da una serie di scosse sismiche che iniziarono dal luglio di quell’anno intensificandosi fino alla mattina del 16 dicembre, quando il Vesuvio scoppiò nuovamente innalzando ancora una volta un maestoso e terrificante pino vulcanico; tutti i paesi della cinta vesuviana furono devastati dall’incessante pioggia di ceneri e detriti cui si accompagnarono, a più riprese, colate di fango e di lava e un forte maremoto causato dall’improvviso innalzamento del suolo; getti di vapori, colate di fango e scosse sismiche si ripeterono con intensità crescente fino al febbraio 1632, quando il vulcano si calmò, mostrando ora un cono accresciuto di circa 600 metri.
Dall’eruzione sub-pliniana del 1631 il Vesuvio non fu mai più perso d’occhio e la sua attività fu minuziosamente osservata e descritta nei secoli dando così la possibilità ai vulcanologi moderni di definirne i cicli eruttivi e le fasi che in essi si susseguono:
la prima fase è quella del riposo a condotto ostruito, caratterizzata dalla sola attività fumarolica; la seconda fase segue l’apertura del condotto, con un aumento della temperatura e del grado di acidità delle fumarole, una moderata attività esplosiva e colate di lava intercrateriche; la terza fase termina il ciclo con eruzioni parossistiche finali, la cui violenza pare sia proporzionale al periodo di riposo che l’ha preceduta, e si conclude con la frana delle pareti del condotto e una nuova ostruzione di quest’ultimo.
Dal 1631 quattordici eruzioni di varia entità si sono succedute, l’ultima di queste è ricordata dai nostri anziani.
Il 18 marzo 1944 iniziò il parossismo conclusivo che durò 2 giorni.
L’apertura del condotto era iniziata sin dal 1913, dal 1926 le lave iniziarono a traboccare dall’orlo; le colate si ripeterono fino al 1930, quindi per alcuni anni si notò solo una scarsa attività fumarolica al cratere centrale; la stasi cessò nel 1933 con l’apertura di una bocca, posta al piede del conetto interno, da cui cominciò a sgorgare nuova lava che, negli anni successivi, debordò più volte dall’orlo craterico.
Dalla primavera del ’42, lungo una fenditura determinatasi sul fianco orientale del cono, si allinearono alcune bocche vomitanti esigue quantità di lava, mentre nel marzo del ‘44 una serie di esplosioni al cratere terminale causò il crollo del conetto interno.
Dopo una breve pausa, il 18 marzo ebbe inizio il parossismo conclusivo. L’eruzione finale mutò più volte le sue caratteristiche, sicché è possibile suddividere l’eruzione in 4 fasi successive: la prima (18/21marzo) fu essenzialmente effusiva con correnti di lava dirette lungo versanti opposti, a nord e sud del vulcano; a questa fece seguito la fase delle fontane di lava fino ad altezze di 4-5 km; nei giorni 22 e 23 si ebbe la fase delle ceneri; infine, l’ultima e più lunga fase (sismo-esplosiva, 23/29 marzo) si presentò come un’alternanza di crisi sismiche ed esplosive la cui intensità andò via via decrescendo fino alla sua completa conclusione; un’eruzione in definitiva estremamente meno distruttiva delle altre descritte, ma che si abbatté su di una popolazione già stremata dalla guerra in corso.

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