• l'agricoltura

La storia della agricoltura vesuviana affonda le sue radici in epoche lontanissime, così come antichissimi sono gli insediamenti umani alle pendici del monte Somma – Vesuvio.
Una storia segnata dalla presenza affascinante e “viva” del Vesuvio, il vulcano, da più di 60 anni addormentato, che ha visto un gran passaggio di popoli nonostante la sua forza distruttrice: qui l’uomo è sempre ritornato per ricostruire e ricoltivare attratto dalla straordinaria fertilità dei luoghi legata propria all’attività eruttiva del Vesuvio.
Terra rigogliosa e ricca, celebrata dagli antichi in numerose opere: “Tutto il golfo è trapunto da città. Edifici, piantagioni, così uniti fra loro, da assumere l’aspetto di un’unica metropoli…. Sovrasta questi luoghi il monte Vesuvio, ricoperto di bellissimi campi, tranne che in cima”, scriveva il geografo Strabone nel I secolo a. C.. Seneca, Virgilio, Columella ecc. apprezzarono le terre vesuviane come locus amoenus, per i giardini, la coltivazione orticola e la notevole produzione vinicola (testimoniata dal rinvenimento di anfore pompeiane in Inghilterra, Gallia, Spagna, Africa e addirittura in India).
E, invero, l’ambiente Vesuvio presenta peculiarità uniche nel territorio campano che hanno dato origine ad un contesto produttivo agricolo molto particolare.
Guglielmo Gasparrini, nel suo “Cenno dello stato presente dell’Agricoltura nella provincia di Napoli” (In Breve Ragguaglio dell’Agricoltura e Pastorizia, Napoli, 1845) scrive in merito alla natura del suolo del Vesuvio: “… E principiando dal Vesuvio, ei pare a prima giunta che il terreno nel quale si risolvono i suoi prodotti… di poco o niente dovess’essere differente nelle diverse contrade coltive poste alle sue falde… sì bene che può tenersi in conto di discretamente fertile considerato in termini generali, avendoci certi luoghi che sono fertilissimi. E ciò forse dipende… dalla minutezza e color nero delle sue particelle; e poi dall’esser tanto permeabile in clima dolcissimo, bene può essere cagione di fertilità penetrandovi l’aria e la rugiada facilmente”.
Oggi sappiamo che la “fertilità” dei terreni vesuviani, è legata alla composizione chimica dei suoli, che se pur non garantisce, specialmente nei terreni “di montagna”, posti alle quote più alte, grandi rese, per la ridotta concentrazione di sostanza organica, regala prodotti dalle straordinarie qualità organolettiche, laddove la sua permeabilità , come notava il Gasparrini, è risultata particolarmente favorevole alla coltivazione  della vite.

Oggi giorno è ancora possibile leggere il territorio vesuviano in funzione della diffusione di questa o quella coltura agricola, introdotta in tempi più o meno recenti ovvero presente da millenni.
Verso le basse pendici, ricche di silicio e potassio permane la zona orticola, con pomodorini, fave, piselli, zucchine, cavolfiori, carciofi, broccoli, finocchi; vivo è l’antico culto latino per il vino con la vite che domina fino ai 400-500 metri sul livello del mare. Ma quel che più caratterizza la ricchezza dell’agricoltura vesuviana è la frutticoltura, sia per le qualità organolettiche dei frutti che per la sopravvivenza di tante antiche varietà.
Sempre Gasparrini scriveva “Molte specie di frutti si coltiva, ma poco sono conosciute… Ci sono due specie di gelsi, il gelso moro, quello detto delle Filippine, ed il bianco. Il primo coltivasi principalmente pel frutto, e le contrade a ciò migliori, o almeno più vantate son quelle poste alle falde del Vesuvio. Dopo il fico, l’albicocco è forse l’albero fruttifero più abbondevole presso Napoli, soprattutto nei contorni del Vesuvio, dove vien meglio che altrove; e più maniere se ne contano differenti nelle frutta le quali nel nostro dialetto sono chiamate crisommole…” Ed ancora descrive gli azzeruoli rosso e giallo, il fico d’india che nei dintorni del Vesuvio produce frutti dolcissimi, le specie di sorbo del Vesuvio e delle terre di Somma, il cotogno, il castagno, il carrubo, l’ulivo che “… in una contrada detta Trentola del tenimento di Resina….in uno col carrubo viene rigoglioso pure sulla lava”. Infine, il fico… “Non da per tutto vengono i fichi della stessa dolcezza; le isole in ciò hanno il vanto, poi i luoghi aridi scoperti alle falde del Vesuvio…”

Per secoli e secoli l’agricoltura vesuviana è stata una delle più ricche d’Italia, purtroppo negli ultimi cinquant’anni si è assistito ad una progressiva perdita delle superfici agricole a vantaggio di una selvaggia e sregolata pratica edilizia. La pressione demografica ha avuto gioco facile su di una agricoltura che non garantiva più redditi soddisfacenti agli agricoltori. La proprietà contadina è stata smembrata e parcellizzata per costruire prime e seconde case, regolarmente abusive. Oggi, l’agricoltura in queste zone vive una profonda crisi strutturale perché gli alti costi di produzione propri di una agricoltura di montagna non sono compensati da una remunerazione sui mercati adeguata all’indiscutibile qualità organolettica dei suoi prodotti tipici.
Tra le cause di tipo agronomico vanno elencati i maggiori costi di produzione dovuti alla natura accidentata dei terreni che rende difficile la meccanizzazione delle operazioni colturali.
Tra le cause della crisi di tipo macro economico endogene la principale è senz’altro rappresentata dalla frammentazione della proprietà contadina che impedisce la realizzazione di economie di scala e frena gli investimenti in opere di miglioramento fondiario e nell’acquisto di attrezzature.
Inoltre, la dimensione troppo piccola delle aziende impedisce loro l’adozione di politiche di commercializzazione e di comunicazione adeguate alle esigenze odierne del mercato. Infine, la mancanza di strutture idonee per lo stoccaggio, la conservazione e il confezionamento dei prodotti impedisce agli agricoltori di saltare i passaggi dell’intermediazione e di accorciare la filiera.
Tra le cause di tipo macro economico esogene vanno citate la globalizzazione del mercato agroalimentare e la conseguente offerta sui mercati, anche locali, di prodotti ortofrutticoli a prezzi più bassi e meglio confezionati di quelli vesuviani, ancorché di qualità inferiore sul piano organolettico.
Per queste ragioni la recente politica di valorizzazione dei prodotti tipici, sostenuta dagli enti pubblici, ma poco partecipata dai produttori, che sta portando al riconoscimento della IGP (Indicazione Geografica Prodotte) per l’albicocca vesuviana e della DOP (Denominazione di Origine Protetta) per il pomodorino del piennolo del Vesuvio, sebbene meritevole, non è di certo sufficiente, da sola, a invertire la tendenza all’abbandono delle campagne e a garantire il ricambio generazionale: basti pensare che l’età media degli agricoltori vesuviani è di oltre cinquanta anni.

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