• arte e artigianato

La proverbiale creatività della popolazione vesuviana rende praticamente impossibile, in uno spazio aspecifico come questo, una qualsivoglia trattazione esaustiva dell’argomento “arte vesuviana”. Ci limiteremo a ricordare che praticamente nei tempi più recenti, l’area vesuviana, soprattutto la fascia costiera, è in tutto e per tutto assimilabile all’area culturale della città di Napoli per quanto riguarda la produzione musicale, di arti figurative ecc., alternandosi con l’area urbana per quanto riguarda i periodi di maggiore o minore fertilità di produzione e di offerta artistica. La zona interna (Somma Vesuviana, Ottaviano, Madonna dell’Arco), invece, può vantare una forte tradizione di musica popolare che si originò già nel XVI secolo, sviluppandosi alternativamente alla musica “colta”. Oggi, “tammurriate”, “villanelle” ecc., sono intensamente studiate dagli etnomusicologi e riproposte da musicisti contemporanei, sulla scia del lavoro svolto negli anni ’70 da Roberto De Simone.

Nell’artigianato esiste una lunga e antica tradizione nella lavorazione soprattutto di materiali duri (coralli, oro) più che nella ceramica, i cui poli d’eccellenza sono nel napoletano (ceramica di Capodimonte) e nel salernitano (ceramica Vietrese).
Comunque, ciò che qui importa sottolineare è non solo la diversificazione degli artigiani, ma la tendenza di alcuni di questi, a volte suggerita dalla materia stessa, altre forzata dagli autori dei manufatti, a proporsi come creatori di oggetti unici, sganciati dall’uso quotidiano, attraversando, a loro modo di vedere, il confine che separa l’arte dall’artigianato.
E’ il caso di Filippo Felaco, che giunge alla lavorazione della ceramica affascinato dalla tecnica “RAKU”: antica tecnica giapponese del XVI secolo, collegata alla cerimonia del tè, dove ogni oggetto è il risultato di una precisa successione di operazioni che acquistano un carattere rituale. Studia, inoltre, agli esordi della sua carriera, la tecnica del bucchero: particolare metodo di cottura per ceramica di derivazione etrusca, risalente al VII secolo a.C, riconoscibile per la particolare colorazione nera dei manufatti. La sua ricerca su tecniche anche antiche di lavorazione della ceramica e d’altri materiali, gli hanno consentito di lavorare nell’ambito del restauro e della produzione in serie, oltre che nella creazione di oggetti originali dal personalissimo stile surreale. In particolare, lo studio delle tecniche di lavorazione di altri materiali lo hanno portato, sebbene il suo lavoro oggi tenda sempre di più verso la creazione di oggetti “d’arte”, alla realizzazione di elementi di uso comune (attaccapanni, lampadari ecc.) nei quali l’aspetto decorativo si sposa con quello funzionale, dando vita a oggetti dalle peculiari caratteristiche.
Napoli, generalmente rappresentata con una iconografia abusata, ha talvolta trovato artisti che riescono a reinterpretarla con un segno originale.
E’ il caso di Lello Esposito, scultore autodidatta la cui ricerca espressiva si è spesso svolta attorno ai simboli della propria cultura: il corno, il Vesuvio, San Gennaro e, soprattutto, Pulcinella. Sin dall’età di 16 anni, infatti, la figura tradizionale di Pulcinella è quella che più cattura la sua fantasia, ma è dagli anni 90 che inizia a lavorare col bronzo e a produrre Pulcinella di grandi dimensioni, fuori da ogni riferimento tradizionale. Numerosissime le sue partecipazioni a mostre collettive o a lui dedicate, tra le tante citiamo quella di Parigi (Naples et le cinema, Centro Pompidou, 1994) e la personale del 2003 a San Giorgio a Cremano per le celebrazioni dei 50 anni della nascita di Massimo Troisi.
Dal 1997 il suo studio, presso le affascinanti antiche scuderie di palazzo San Severo, è teatro di diversi eventi culturali legati alle sue opere e alla storia di Napoli, oltre che quotidiano luogo di produzione di opere forgiate dall’alluminio, dal bronzo o modellate dalla cera o l’argilla.

Mentre per quel che riguarda la ceramica non possiamo parlare di attività tipicamente vesuviana, la lavorazione del rame è un’antichissima cultura che si conserva alle falde del Vesuvio. Il comune dove questa attività continua a perpetuarsi nei secoli è Sant’Anastasia. La lavorazione di questo metallo continua nel tempo mantenendo immutati i processi produttivi; l’oggettistica per l’arredamento e da regalo di rame ha riscosso negli ultimi tempi notevole interesse e buone quotazioni di mercato. Inoltre, il pentolame interamente battuto a mano e stagnato a fuoco è particolarmente richiesto dall’alta cucina per la preparazione di alcune pietanze.

Un’altra attività artigianale che ha una precisa collocazione in un solo comune è quella della lavorazione del corallo a Torre del Greco.
La storia  dell’origine di questa attività è precisa e interessante: l’arte di produrre gioielli, monili ed oggetti in genere dal corallo era coltivata esclusivamente da popolazioni ebraiche di stanza in Sicilia, in particolar modo nel trapanese. La legge dell’intolleranza promulgata dal vicereame nel 1942 scacciò dalla Sicilia la popolosa comunità ebraica. La natura di queste genti, seppur discriminate, dotate di notevoli competenze e di ottima disponibilità economica, determinò, al loro spostamento, una serie di interessanti novità (ad esempio, i toscani, allo scopo di facilitare il trasferimento dei beni degli ebrei siciliani, inventarono le lettere di credito, dando praticamente inizio, o comunque un impulso determinante, al sistema bancario italiano). Gli artigiani ed i commercianti di corallo, invece, si stabilirono a Torre del Greco, oltre che per la confortevole collocazione, per la necessità di convivere con una comunità di pescatori, quale era quella torrese.
Il corallo è una cristallizzazione in carbonato di calcio, originata da alcuni celenterati che hanno il loro habitat dovunque nel mondo, lungo il 38° parallelo. Nel corso del XVI secolo, i torresi iniziarono a pescare dai banchi corallini allora presenti poco distante dalle loro coste, mentre i nuovi artigiani ne lavoravano il ricavato. Ovviamente, nel corso del tempo i torresi impararono i segreti della lavorazione del corallo, mentre gli ebrei abbandonarono l’attività, spostandosi forse a Napoli a occuparsi di oreficerie. Artigianato e commercializzazione dei prodotti lavorati ebbero un notevole impulso nel napoletano nel corso del XVIII secolo, quando re Ferdinando di Borbone abolì le tasse che gravavano su queste attività, così che sin da allora l’attività artigianale occupò un numero di abitanti praticamente uguale a quello del settore marittimo. Questa situazione si è perpetuata per oltre due secoli, anzi negli anni ’60 del ventesimo secolo la crisi del settore marittimo fece sì che un sempre crescente numero di torresi si spostasse verso questa attività: in tante case private, oltre che nei laboratori, si lavorava il corallo e la maggior parte degli addetti si occupava di bucare i pallini di corallo per ottenerne collane. Il progressivo sfruttamento dei banchi corallini del Mediterraneo fece si che, nella continua ricerca di zone pescose, i torresi si spingessero, per procurarsi la loro preziosa merce, fino al mar del Giappone. I giapponesi si rivelarono molto interessati al prodotto, divenendo prima ottimi clienti e in seguito competitori. Alcune innovazioni tecniche introdotte nella lavorazione dai nipponici e le difficoltà a reperire la materia prima, diminuirono sensibilmente la domanda di mano d’opera, provocando una discreta crisi occupazionale a Torre del Greco dalla quale si è parzialmente usciti, grazie alla maestria di alcuni artigiani che si sono dedicati alla vendita di prodotti finiti (collane, bracciali e gioielli in generale) solitamente montati in oro, con la conseguenza di introdurre a Torre del Greco un’altra tecnica artigianale tradizionalmente napoletana.
Ricordiamo, inoltre, un’altra attività artigianale tipicamente torrese, quella dell’incisione dei cammei, antica tradizione lavorativa locale che nel corso del tempo ha avuto alti e bassi dovuti alle mutevoli richieste del mercato di queste conchiglie provenienti dall’oceano indiano ed incise con uno stile mutuato dal rinascimento fiorentino. Recentemente, vincendo l’antica abituale e perniciosa diffidenza (anche in altri ambiti artigianali), gli artigiani e i commercianti torresi hanno realizzato un consorzio di produttori di corallo, cammei e oreficeria, così da concentrare la produzione in ambienti a norma e l’offerta in un unico luogo. Purtroppo, a causa della poca lungimiranza degli amministratori locali e di assurde competizioni tra imprenditori, questa importante area commerciale non vedrà la luce in area vesuviana, ma in provincia di Caserta.

Concludiamo la breve rassegna sulle attività artigianali dell’area vesuviana con la tipica lavorazione della pietra lavica, utilizzata nell’edilizia per la pavimentazione stradale e per decorazioni.
Il periodo d’oro di produzione e commercializzazione della pietra vesuviana è stato tra gli anni ‘30 e ‘40 del secolo scorso; le cave più importanti furono quelle di Villa Inglese, la Ranieri e del Signor Lazzaro, attrezzate con frantoi (in pietra lavica) moderni, nastri trasportatori e file di carrelli.
La bellezza della pietra (sia grezza che levigata) utilizzata per decorare portali e cortili si può ammirare nelle tante ville settecentesche. La tradizione artistica legata alla scultura della pietra lavica giunge sino ai nostri giorni: comuni come Boscotrecase, Boscoreale e Terzigno mantengono in vita la tradizione artigiana con produzioni di cammei, tavoli da giardino e terrazzo e decorazioni varie per mobili.
La produzione di pietra vesuviana ha iniziato a declinare a partire dal secondo dopo guerra, prima con l’affermarsi dell’asfalto per la pavimentazione stradale, poi per il progressivo esaurimento della materia prima e l’affermarsi di una cultura  più attenta alla salvaguardia ambientale. A tale proposito, è d’attualità il contrastato rapporto tra i gestori delle cave e il Parco Nazionale del Vesuvio, ente che sebbene intenda promuovere le attività tipiche dell’area non può non tenere conto della sostenibilità ambientale delle stesse.
Chi si muove in un ambito simile, ma senza i problemi sopra citati, sono i fratelli Emblema di Terzigno, per i quali la qualifica di artigiani è forse riduttiva. Nel capannone da loro stessi approntato, nel quale tra l’altro campeggia un pino le cui cime oltrepassano il soffitto (come nella famosa cellula abitativa di Le Corbusier), producono oggetti e complementi d’arredo, come posacenere ed espositori, pavimentazioni per giardini, recinzioni per ville e altro, utilizzando pasta di cenere e lapilli, pomici, pietre calcaree e qualche volta laviche, tutti materiali raccoglibili a pochi metri dal loro laboratorio posto alle falde del Vesuvio. L’idea di base del loro lavoro è quella di manipolare il meno possibile la materia, di piegare cioè il design alla natura del materiale più che il contrario. Ciò presuppone un grosso lavoro di progettazione e tanta creatività. Le decorazioni, di grande sobrietà, sono spesso realizzate con materiali naturali, come foglie o altro, e con tecniche inventate di volta in volta. La sensibilità dei fratelli Emblema è in qualche modo mutuata dal padre Salvatore, scomparso nel 2006, pittore protagonista della scena internazionale, attivo soprattutto nel periodo della pop art americana. L’ossessione (come egli stesso la definisce) di Salvatore Emblema è quella di una pittura della quale sia percepibile solo l’essenziale, quindi il colore e non la forma. Per questo rifiuta la tela, per operare su sacchi di yuta, materiale che lascia filtrare la luce. Egli dipinge quadri attraverso i quali si può guardare, solo così l’opera di un artista aggiunge qualcosa all’esistente, poiché la sua opera non è un oggetto a sé stante, ma qualcosa la cui percezione si modifica in considerazione della sua diversa collocazione nello spazio. Quindi, attenzione e rispetto per la materia, desiderio di non invadere oltre modo con la propria opera l’esistente, elementi che evidenziano un filo conduttore unico tra il lavoro di Salvatore Emblema e quello dei figli, tra arte e artigianato, tra opera della natura e dell’uomo.
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